Culatello d’Artista

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Di Virginia Barilli

Aristide Barilli (Parma, 1913-2009) è stato un giornalista con l’anima del pittore. Radicato nella cultura parmigiana, firma prima della “Gazzetta di Parma” e poi del “Resto del Carlino”, ha coltivato parallelamente la passione per la pittura seguendo un solco familiare già tracciato dal padre Latino (1883-1961) e dal nonno Cecrope (1839-1911). In lui scrittura e immagine non erano linguaggi concorrenti, ma strumenti complementari di esplorazione del reale.
La curiosità, motore indispensabile di ogni ricerca, nonché carburante della creatività, lo spingeva a salire in sella alla Lambretta e a perlustrare la provincia insieme agli amici pittori. Argini, trattorie, cortili, campagne della Bassa: Barilli osservava e raccoglieva frammenti di vita, tentando di fissarne l’essenza sulla tela prima ancora che sulla pagina.
Da una di quelle escursioni nacque un’opera singolare: una natura morta che immortala una tavolata imbandita con i prodotti del territorio. A dominare la scena è il re dei salumi, il culatello, protagonista assoluto del banchetto. Il dipinto, segnalato dalla Galleria d’arte Gherardi di Parma è recentemente entrato nel patrimonio del Museo del Culatello di Polesine Parmense. Si tratta, a oggi, di un caso rarissimo, se non unico, in cui questo salume compare come soggetto riconoscibile in una composizione pittorica.
La scarsità di testimonianze non è casuale e affonda le radici in fattori culturali e storici. Il culatello è un prodotto di nicchia, a lungo legato a un consumo locale e d’élite; la sua consacrazione come DOP e la notorietà internazionale sono fenomeni relativamente recenti rispetto alla lunga storia della natura morta. Nella tradizione figurativa, soprattutto tra Sei e Settecento, si privilegiavano prodotti più diffusi o facilmente identificabili. Non sorprende, dunque, che tra i salumi più rappresentati compaia il prosciutto, diffuso in tutta la penisola e non associato a un’area così circoscritta.
Inoltre, la natura morta classica era spesso una complessa macchina simbolica. Selvaggina, ortaggi, frutta, pesci e carni alludevano alla caducità dell’esistenza, al tempus fugit, in un gioco di rimandi in cui la parte stava per il tutto. Più che distinguere puntualmente un salume dall’altro, interessava evocare un’idea: l’abbondanza, il trascorrere del tempo, la fragilità della vita. Anche quando compaiono cibi stagionati, raramente vi è l’intenzione, o forse, la necessità, di differenziare con precisione la forma del culatello da quella di insaccati affini.
Diverso sarà il destino della natura morta nel Novecento, quando il genere si libera progressivamente dall’obbligo allegorico per farsi frammento di quotidianità, istantanea di un momento vissuto. In questo contesto, la tavolata di Barilli perde ogni sovrastruttura morale e diventa racconto di territorio: non una meditazione astratta sulla morte, ma la celebrazione concreta di una comunità e dei suoi riti conviviali.
Si può immaginare il pittore seduto a pranzo con gli amici in una trattoria lungo il Po, tra il profumo del fiume e quello dei salumi appena affettati. La tela restituisce proprio questo: non solo un Culatello, ma un modo di stare al mondo. Un’immagine che, a distanza di decenni, ci consegna una vita forse meno diversa dalla nostra di quanto siamo disposti ad ammettere.